Malmenare un collega di lavoro può costare caro

Passare alle mani con un collega, pur se per reazione alle sue provocazioni verbali, può costare caro al lavoratore: scatta, infatti, il licenziamento anche se il passaggio alle vie di fatto da parte del dipendente è stato giustificato dagli insulti pronunciati nei suoi confronti dal compagno di lavoro. In tal caso, la massima sanzione espulsiva può considerarsi legittima perché proporzionata alla gravità del fatto contestato.
Lo ha chiarito la Cassazione nell’ordinanza 2390/10  con cui ha confermato il licenziamento inflitto ad un agente assicurativo che, nei locali dell’azienda, aveva aggredito e percosso con pugni e calci un collega. Senza successo il lavoratore aveva cercato di sostenere davanti ai giudici di merito l’illegittimità della sanzione espulsiva sia per difetto di proporzionalità con l’illecito contestato, sia per differenza di trattamento in quanto nei confronti del collega che lo aveva insultato non era stato preso alcun provvedimento disciplinare. I magistrati di primo e di secondo grado, infatti, hanno ritenuto il licenziamento non solo giusto ma nemmeno viziato da disparità di trattamento perché dalle prove raccolte era emerso che il lavoratore licenziato aveva tenuto un comportamento (aggressione fisica) di gran lunga più riprovevole di quello tenuto dal collega (limitato ad ingiurie verbali). Verdetto confermato in pieno dalla sezione lavoro di piazza Cavour.

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