Trasporto ferroviario e sicurezza: ecco il pensiero dei familiari della strage di Viareggio.

Questo il pensiero dei familiari delle vittime della strage di Viareggio in merito alla sicurezza del trasporto ferroviario, pensiero che siamo lieti di pubblicare anche perchè quello che è accaduto a Viareggio è un problema che non riguarda solo la predetta cittadina ma bensì tutta la nostra nazione.

Vogliamo affermare che l’obbligo di tutelare la salute e la sicurezza deriva dall’esercizio di un’attività sostanzialmente pericolosa. Questa attività consiste nel trasporto su rotaia di merci pericolose. Tra queste la sostanza a rischio maggiormente trasportata in Italia è il Gpl. La strage è avvenuta a Viareggio, ma questi trasporti ad alto rischio attraversano giornalmente l’Italia da ovest a est e da nord a sud. E’ a Viareggio che abbiamo avuto la strage, ma questo evento poteva succedere prima, poteva succedere altrove, potrebbe ripetersi.
Qui stiamo parlando di incolumità della collettività, incolumità pubblica. Un bene che viene tutelato dal nostro ordinamento ancora prima che venga leso per l’importanza e la rilevanza sociale che ha questo bene.
Vuol dire che il legislatore presume che in quelle condizioni (noi pensiamo che si siano omessi e/o rimossi dispositivi e misure fondamentali, necessari, ineludibili), il pericolo ci sia punto e basta. Noi pensiamo quindi che il reato a qui facciamo riferimento sia il 437: “chiunque omette di collocare impianti, apparecchi o segnali destinati a prevenire disastri o infortuni sul lavoro ovvero li rimuove o li danneggia…”. Rimozione od omissione dolosa.
Partiamo dai fatti per confermare che, nello scenario che descriviamo, non può che prefigurarsi da parte dei soggetti responsabili un incidente con gravi e gravissime conseguenze (posizione di garanzia per la sicurezza). Per qualche soggetto sarà colposo, per il massimo vertice,doloso (l’AD Moretti).
Il primo dato sono gli incidenti precedenti (e successivi) che si sono susseguiti e che nel periodo precedente la strage del 29 giugno si sono intensificati nel numero e nella frequenza. Basti dire che nei due mesi precedenti si sono verificati deragliamenti di treni merci, in particolare di merci pericolose, nel numero di 7 nei due mesi precedenti (di cui i più simili Pisa S. Rossore il 6 maggio e Vaiano il 22 giugno) Inoltre ricordiamo Chiasso2004 con l’indagine affidata al Politecnico di Milano e le risultanze). Sono continuati nei mesi successivi, ed è stato interessato per ben due volte lo stesso treno della strage, di cui la seconda solo per miracolo non ha causato un’altra strage (22 dicembre 2009 nei pressi di Giuncarico – un autista che transitava nell’Aurelia ha dato l’allarme per le fiamme: Moretti  si affida a questo?).
Il reato a questo stadio è già perfezionato. L’incolumità pubblica è già in grave pericolo.
Il secondo: l’EBA (l’ANF tedesco) , nel maggio 2009 (!!!) aveva inviato comunicazione di allarme rispetto alla necessità di ispezionare, relativamente all’analisi della solidità strutturale delle sale montate di tipo 088 e 188. Questo era conseguente ad una intensa attività di controllo a fronte di 7 deragliamenti di treni merci e tutti dovuti a cedimenti da fatica avvenuti nel 2007, quando già aveva inviato la prima comunicazione ! L’EBA ispeziona 4.500 carri merci, e non tutti del tipo indicato, bloccandone un centinaio. Risultano pesanti indizi sulla rispondenza degli assi richiamati dall’EBA e quelli coinvolti nel disastro di Viareggio che sembra siano stati omologati in Austria e per questo hanno numeri seriali diversi (l’Orsa nell’audizione in Senato del 2 dicembre 2009).
Il terzo: l’aver tolto (rimosso) i carri scudo e cuscinetto che impediscono, in caso di urti per collisione e soprattutto deragliamento, che si arrivi a conseguenze gravi e gravissime. In particolare, il carro che ha causato la strage è il primo dopo il locomotore, per norma avrebbe dovuto essere un carro scudo vuoto o con materiale inerte. Le conseguenze non sarebbero state quella che sappiamo. Se ci fossero stati non sappiamo quale diverso esito avrebbe potuto avere l’incidente… ma quello che vogliamo evidenziare è che l’atto di averli rimossi da parte del responsabile dell’azienda fa sì che si sposti la responsabilità da colpa a dolo. Infatti non poteva più affidarsi, in caso di possibile incidente, alla funzione propria di questi carri riguardo all’annullamento o alla riduzione del danno. Moretti poteva affidarsi ragionevolmente  a qualcosa che già c’era, neanche tecnologicamente avanzato, e non lo ha fatto.
Il quarto:  la velocità: nella situazione data che descriviamo, neanche la riduzione di velocità è stata applicata dai responsabili. Neanche ordinare la riduzione di velocità nei centri abitati a fronte dei tanti episodi di deragliamento e mancati gravi incidenti e delle condizioni dei carri e delle sue componenti che sono emerse  e che hanno indotto successivamente a Viareggio anche l’Ansf a misure quali togliere carri simili dalla circolazione,  imporre la tracciabilità degli assili e di altri componenti, ecc….
Il quinto:  l’assenza di rilevatori temperatura boccole in precedenza alla stazione di Viareggio, che avrebbero bloccato il treno misurando il surriscaldamento delle boccole per l’anomalia che si stava determinando, ha reso impossibile l’arresto del treno. Il rilevatore che il treno ha incontrato si trovava 120 km (nei pressi di Sestri Levante) prima di Viareggio e non è dato sapere se era funzionante o meno, ma certamente non era funzionante il rilevatore nei pressi di Luni.

Un altro risvolto riguarda le indagini in corso della Guardia di Finanza riguardo alle finte rottamazioni dei vagoni e relative agli appalti per la manutenzione (come quelle di Firenze e in Campania)…
Il Procuratore di Torino ha svolto indagini relative alle condizioni delle valvole delle cisterne ed ha raccolto la documentazione di 50 casi di perdite di gas o di ferrocisterne in servizio con dispositivi guasti. Il caso particolare è un elemento della situazione generale: è stato infatti fatto notare dalla Commissione Ministeriale che la cisterna della strage, se si fosse accasciata dal lato opposto, sarebbe stato ugualmente pericolosissimo, essendoci da quel lato le valvole che si sarebbero rotte con la fuoriuscita di gas.
Il sesto: la mancanza che è emersa dei necessari controlli relativi al cabotaggio, la violazione
applicazione della Procedura Operativa RFI TCCS PR PO 02 002 A dell’8 luglio 2003. La mancanza dei controlli e documenti relativi alla parte del carro sottostante al serbatoio, che contiene tutti gli elementi sensibili per la sicurezza (l’impresa Trenitalia chiede solo il controllo del sebatoio e il tecnico di Rfi espleta solo quello)

Per noi, in questo contesto, due elementi assumono rilevanza fondamentale, uno è particolare, l’altro è generale.
Particolare: nel 2001 gli abitanti di via Ponchielli richiedono con raccomandata (è documentato) e firme, molte delle quali rispondenti a persone poi morte nel disastro, un muro di protezione a Ferrovie, poiché le case si trovavano a ridosso dei binari. A queste richieste Ferrovie non hanno mai dato risposta.
Se fosse stato dato seguito a questa naturale, ovvia e necessaria richiesta, il quartiere sarebbe stato protetto dal propagarsi del gas e gli esiti sarebbero stati indiscutibilmente diverso e assai meno gravi, soprattutto in termini di perdite umane, ma anche di lesioni gravissime e di devastazione del quartiere e ambientale.
Solo dopo la strage è stato piazzato il muro, a conferma della gravità dell’omissione e della responsabilità preesistente.
Generale e determinante (discriminante per l’evento):  il dispositivo antisvio. Se ci fosse stato quello, niente sarebbe avvenuto, poiché sarebbe intervenuto all’uscita della prima ruota dalla rotaia e avrebbe arrestato il treno e impedito gli eventi: disastro, incendio e omicidio. Il dispositivo antisvio è applicato sui treni Alta Velocità e implementato dal 2002 (abbiamo documenti).
Di più: l’azienda Fs sa bene questo, e nel 1999 emette disposizione per l’uso del dispositivo dei carri Esso guidati dai macchinisti italiani, ma non li applica sui propri carri.
Quindi esiste il rapporto di causalità fra la condotta omissiva, si prefigura la possibilità che il fatto che si è realizzato (anche se non nella specificità concreta) accada ma non fa nulla per impedirlo, e l’accadere reale del disastro, incendio e omicidio.
In senso positivo, l’antisvio che non è stato applicato sui carri di merci pericolose,  rappresenta la barriera per la neutralizzazione del pericolo che deriva dal trasporto di merci pericolose.

Cos’è l’ingegneria forense?

Pubblichiamo uno scritto da parte dell’ing. Marco Boniardi e Ing. Fabrizio d’Errico che spiega cos’è l’ingegneria forense e quale sia l’importanza della stessa nel campo legale.

Chi avesse necessità di contattare direttamente l’ing. Marco Boniardi o ing. D’Errico potrà rivolgersi direttamente alla associazione oppure andare direttamente sul sito dell’ing. Boniardi o al profilo linkedin dell’ing. D’Errico

Ing. Marco Boniardi

Ing. Fabrizio D’Errico

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Cos’è l’Ingegneria Forense
L’ingegneria forense è la disciplina che utilizza i principi scientifici e i relativi metodi di analisi per la risoluzione di problematiche in ambito legale. L’ingegnere forense deve pertanto avere competenze trasversali, sia in ambito tecnico che in ambito legale, poiché le sue affermazioni, oltre a sostanziare scientificamente e tecnicamente i problemi, avranno anche grande valenza in ambito giuridico.
I campi di intervento dell’ingegneria forense sono molteplici. Si va dagli infortuni industriali ai fenomeni di cedimento in esercizio di componenti o parti di macchina, dai disastri negli impianti di processo alle esplosioni o agli incendi, dai crolli di edifici ai problemi di igiene industriale e ambientale.
In termini del tutto generali l’ingegnere forense si occupa di  analizzare i materiali, i prodotti, le strutture e i componenti che hanno subito una failure, ossia un fallimento che da un lato non ha permesso di garantire le prestazioni desiderate e dall’altro ha provocato danni più o meno gravi a cose o persone.
L’ingegneria forense è perciò scienza e tecnica al tempo stesso, nel senso che interpreta criticamente i risultati di un esperimento al fine di spiegare i fenomeni coinvolti: l’ingegnere forense mutua dallo scienziato il metodo di indagine di galileiana memoria, sostituendo ai risultati di un esperimento le evidenze raccolte dall’investigazione, per comprendere come si è svolto e quali siano state le cause di un determinato fenomeno.
Il tema affrontato dall’ingegneria forense, anche chiamata failure analysis, è molto ampio; la competenza tecnica in un determinato ambito non è la cosa più rilevante, quanto piuttosto è la conoscenza approfondita degli aspetti forensi di un problema tecnico ad essere l’elemento fondamentale.
Facciamo un esempio: se la vostra auto va in panne mentre guidate per recarvi al lavoro, sarete più propensi a chiamare il progettista dell’auto o il meccanico dell’autofficina? Ecco, l’ingegnere forense è, mutatis mutandis, qualcosa di analogo al meccanico dell’autofficina: lui forse non conosce nei minimi dettagli come l’auto è progettata, ma sicuramente vi saprà dire come e perché si è rotta e vi saprà aiutare a farla ripartire e ad evitare che il problema si ripresenti in futuro.
Anche l’ingegnere forense opera in modo analogo: magari non conosce tutti i segreti della progettazione dei treni, forse non è al corrente delle più recenti tecnologie di preparazione delle malte cementizie, probabilmente non è ben addentro alle strumentazioni d’avanguardia nel settore aereo o navale ma, statene certi, sarà in grado di aiutarvi nella ricostruzione di un sinistro, sia esso un semplice incidente automobilistico o un complesso deragliamento di un treno, finanche ad un disastro aereo o navale. Inoltre sarà lui a districarsi nella complessa attività di definizione delle normative di sicurezza trascurate e ad identificare le cause e i responsabili del sinistro.

Milano, li 13 febbraio 2012

Maestra…vado in crociera! Riflessioni sul danno psicologico nel disastro Costa Concordia


 

MAESTRA …. VADO IN CROCIERA!

A cura di: Dr.ssa Matteazzi Stefania
Esperta in Psicologia giuridica e forense
Mediatrice Familiare – Psicodiagnosta
stefaniamatteazzi@libero.it

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Venerdì 13 gennaio 2012, a bordo della bellissima Costa Concordia, non c’erano solo persone adulte, uomini e donne, persone anziane e diversamente abili, ma c’erano anche e soprattutto bambini, di tutte le età …. Bambini per i quali, probabilmente, quella era la prima crociera … magari aspettata, sognata, o solo fantasticata …
Una crociera che difficilmente riusciranno a dimenticare perché improvvisamente e tragicamente interrotta e che contraddice ogni metafora relativa ad una fanciullezza spensierata, fatta di giochi e di affascinanti viaggi nel mondo, proprio come questo.
Ma torniamo per un momento a quella tragica notte ….
L’urto con lo scoglio delle Scole e, successivamente nei pressi di punta Gabbianara la  percezione che la nave sta affondando vengono avvertiti da tutto il personale di equipaggio a bordo e da tutti i passeggeri, tra cui appunto anche i bambini.
Bambini che piangono, urlano, chiedono spiegazioni, stringono nelle mani la Barbie, l’orsacchiotto, cercano la mano di mamma e papà e la cui innocenza sembra dire che sono proprio loro a capire che sta succedendo il peggio.
Al pari degli adulti, anche nei bambini, eventi traumatici come questo possono causare una vasta gamma di sintomi ma, a differenza dei primi, questi ultimi sono maggiormente vulnerabili e, nel caso come questo di disastri di massa, essi vengono colpiti sia direttamente che indirettamente proprio perché sono testimoni delle reazioni dei loro genitori e ne sono, da queste, influenzati.
Immaginare cosa sia successo in quelle lunghe ed interminabili ore risulta difficile ma una cosa è certa: tale tragedia collettiva ha generato una situazione altamente caotica che ha provocato una reazione a catena di panico vero e proprio che sicuramente ha avuto un impatto altamente significativo su tutte queste vittime innocenti proprio perché le reazioni degli adulti influenzano quelle dei bambini.
La risposta del bambino ricalca, in altre parole, quella delle loro principali figure di riferimento, quali ad esempio i genitori: tanto più questa sarà disorganizzata tanto più lo sarà quella dei figli.
Traumi come questo possono avere un effetto altamente devastante sui bambini e pregiudicare gravemente il loro benessere psicofisico, proprio perché, a differenza degli adulti, essi hanno meno risorse utili  e non riescono a dare una giusta interpretazione “a quanto accaduto”.
Vista  la complessità dello sviluppo cognitivo ed emotivo infantile si può ben comprendere come le conseguenze nefaste del trauma possano manifestarsi in tutto l’intero arco della vita del bambino.
Gli eventi traumatici, infatti, come è noto, lasciano una traccia mnestica indelebile portando con sé effetti negativi, non solo a breve termine, ma anche a lungo termine, causando ripercussioni nel benessere psicofisico del soggetto.
Le principali reazioni post-traumatiche da stress, da distinguersi dal disturbo post-traumatico da stress vero e proprio, sono tutte quelle sensazioni, percezioni, pensieri e comportamenti direttamente collegabili al ricordo dell’evento traumatico.
Nei bambini, in particolare, si assiste ad una vasta gamma di sintomi tra cui, in primis, la riviviscenza dell’evento traumatico attraverso i giochi post-traumatici caratterizzati da ritualità, oppure i sogni con  frequenti e spaventosi incubi ricorrenti
I bambini possono inoltre presentare altri sintomi emotivi e comportamentali degni di nota, sintomi piuttosto comuni e che, generalmente, il tempo aiuta a mitigare soprattutto se viene offerto loro un valido sostegno psicologico.
In generale, i soggetti in età evolutiva possono manifestare paure immotivate come il timore di essere abbandonati o separati dai propri genitori oppure vivere nel terrore che qualcosa di brutto stia per accadere a loro o alla propria famiglia; possono manifestare sintomi depressivi, quali pianto, tristezza, tendenza all’isolamento, perdita di appetito o di interesse nel gioco; possono comparire inoltre problemi scolastici per la difficoltà di concentrazione e il rifiuto di andare a scuola.
Nello specifico, durante il periodo della primissima infanzia, i neonati sono particolarmente ricettivi al trauma rispondendo allo stesso con una reazione di allarme nei confronti della paura e del pericolo, con frequenti pianti ed urla oltre ad una tendenza ad allontanarsi dagli stimoli esterni.
Nei bambini in età prescolare, compare più frequentemente un comportamento regressivo, oppositivo, aggressivo e distruttivo come ad esempio ritiro sociale, restringimento della sfera affettiva, perdite di capacità precedentemente acquisite; risvegli notturni, paura del buio, difficoltà di addormentamento, enuresi notturna; ansia di separazione dalle figure di attaccamento; minore concentrazione .
A questa età, il trauma, interferisce cioè con un sano sviluppo della regolazione delle emozioni e dell’aggressività. Il pianto, l’ansia e la disperazione sono le reazioni più frequenti nei bambini di questa età.
Nella preadolescenza, dove le capacità cognitive ed emotive del soggetto sono più evolute, il ragazzo capisce meglio il significato di ciò che è accaduto.
La preoccupazione dovuta all’intensa elaborazione cognitiva ed affettiva degli eventi traumatici può essere causa di difficoltà di concentrazione e di frequenti disturbi di memoria.
Il preponderante riaffiorare di ricordi traumatici rende il giovane costantemente teso, nervoso, irrequieto ed incapace di impegnarsi nelle attività scolastiche con conseguente peggioramento di rendimento, frequenti abbandoni scolastici, oltre a problemi comportamentali quali una maggiore irrequietezza, la comparsa di tic, disturbi alimentari e sintomi psicosomatici.
Nell’adolescenza, infine, le conseguenze del trauma appaiono più gravi che nelle età precedenti perché, a questa età, il ragazzo è pienamente consapevole del significato dell’evento traumatico, anche se spesso è riluttante ad esprimere verbalmente quanto gli è accaduto.
L’aspetto cruciale dell’elaborazione dell’evento traumatico è la valutazione che il ragazzo fa nei confronti del proprio comportamento durante l’evento, nel senso cioè di essere eccessivamente autocritico (“Avrei forse dovuto fare così … Dovevo essere più rapido … etc); tale eccesso di autocritica non infrequentemente provoca un irrimediabile “senso di colpa del sopravvissuto”.
La forte tensione accumulata può così trovare la sua valvola di sfogo attraverso comportamenti delinquenziali, quali ad esempio guida spericolata, consumo di alcool e droga, liti, furti e rapine; tali condotte antisociali sono diretta conseguenza dell’esperienza traumatica.
Riferendoci in particolare alla tragedia avvenuta all’Isola del Giglio, le conseguenze psicologiche di quanto avvenuto all’interno della nave e nelle ore immediatamente successive all’incidente, possono manifestarsi anche ad anni di distanza dall’accaduto, da qui l’importanza di un valido e duraturo sostegno psicologico alle tante vittime innocenti.
Poter lavorare sul trauma appare dunque di indubbia importanza perché viene data al minore, ma anche all’adulto, l’opportunità di dare una personale interpretazione a quanto accaduto, in maniera da favorire l’espressione delle emozioni il cui fine sarà proprio quello di aiutare  le vittime a rivisitare l’evento traumatico e a dare un significato appropriato all’esperienza.
Per fare ciò è bene utilizzare una metodologia appropriata all’età evolutiva, sull’assunto che il bambino è in grado di esprimersi meglio attraverso disegni, manipolazione di plastilina …. , metodi che rappresentano la chiave di accesso alla rappresentazione mentale che il bambino ha nei confronti dell’esperienza traumatica.
Alla stesso modo, nel caso di vittime più grandicelle (preadolescenza e adolescenza), appare utile oltre al racconto libero, invitare i ragazzi a fornire un racconto scritto dell’accaduto in modo che la persona traumatizzata è incoraggiata a circoscrivere l’evento traumatico, dal suo inizio alla sua fine.
L’arte di raccontare e di scrivere permette, in sintesi, una ristrutturazione del caos prodotto dall’evento traumatico.